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La creatività vista da Arnaldo Mangini

Cos’è la creatività? Chi è creativo e chi può essere considerato tale? Che differenza c’è tra un creativo e un artista? E’ complicato rispondere senza fare le dovute riflessioni. La parola creativo è uno dei termini più inflazionati degli ultimi tempi. Tanti si riconoscono in questa definizione. Effettivamente tutti siamo creativi. L’uomo per definizione è un creativo, uno sperimentatore, un essere che si spinge oltre i suoi limiti per scoprire cose nuove. Con l’avvento dei social media la definizione di creativo caratterizza quella moltitudine di influencer o aspiranti tali che riempiono le piattaforme di contenuti. Chi lo fa di professione associa alla creatività di contenuti la promozione di prodotti commerciali. Quindi spesso nei social la creatività è strettamente legata a fini economici.

Io non mi sono mai definito un creativo, né ho mai pensato di rientrare in questa definizione. Piuttosto mi sono sempre riconosciuto nella definizione di artista in quanto la mia professione principale è quella di attore comico specializzato nella clownerie. Dopo il successo sulla piattaforma di Tik Tok sono entrato anch’io nella definizione di creativo. Ma qual è allora la differenza tra artista e creativo? Che cosa è cambiato dalla mia vita professionale precedente?
Il creativo per quello che riguarda i social media non è solo chi crea contenuti, è colui che conosce e capisce lo strumento, in questo caso il mezzo di comunicazione, e lo utilizza per comunicare o per trasmettere qualcosa riuscendo spesso ad essere virale.
Per quello che riguarda Facebook un esempio di pagina creativa è la Taffo Funeral Services, per Instagram la nota Chiara Ferragni. Entrambi creano contenuti che su quelle piattaforme funzionano e attirano sempre più nuovi follower ad interagire con loro.

Ph. Cristian Storto

La stessa dinamica è accaduta sui miei profili social, in particolare su Tik Tok. Questa piattaforma si è rivelata il mezzo ideale attraverso il quale i miei contenuti diventano virali. Vuoi perché la mia esperienza nel campo dell’intrattenimento conta parecchi anni, vuoi perché sono abituato ad interagire con qualsiasi persona grazie al linguaggio universale della clownerie, oppure vuoi per la mia volontà di mettermi in gioco.

La sfida più difficile è far coincidere l’artista con il creativo, riuscire a racchiudere in quella manciata di secondi un messaggio che stimoli un’idea o un’emozione. Non è facile essere così sintetici e suggestivi, ma studiare arte ti insegna quanto sia indispensabile eliminare il superfluo.

Essere creativo per me vuol dire saper creare qualcosa a partire da sé stessi, sapendosi contaminare con l’attualità. Riuscire a parlare il linguaggio contemporaneo. Essere ispirati ed avere gli strumenti per esternare quel materiale interiore che si trova allo stato grezzo e che deve diventare qualcos’altro. Come un diamante che deve essere lavorato per poter acquistare un certo valore.
Importante è non pensare al risultato ma riuscire a stare nel processo creativo tutti i giorni con costanza, senza bramare il successo.

Personalmente per favorire questo processo giro sempre con un piccolo quaderno su cui annotare le idee che mi vengono in mente. La mattina registro i video per i social, mentre la sera mi dedico più ad altre mie attività, come la pittura o la scrittura. Ma non c’è un orario preciso in cui la creatività bussa alla porta, bisogna essere sempre pronti. Alle volte quando arriva lo stimolo esterno giusto, l’idea giusta e il momento giusto, si crea una sorta di alchimia e allora può accadere la magia che in molti chiamano creatività.

Arnaldo Mangini

Arnaldo Mangini è un attore comico di teatro/ clown italiano e content creator. La sua carriera artistica inizia negli anni ’90: Arnaldo partecipa a numerose trasmissioni televisive Rai, Mediaset e Sky anche nel ruolo di presentatore. Nei successivi anni di lavoro approfondisce la conoscenza della clownerie e lascia gli studi televisivi per abbracciare il mondo del teatro portando in giro per l’Europa lo spettacolo “The Arnaldo Mangini MrBean lookalike Show”. Da questo momento in poi la formazione artistica matura grazie allo studio, mai interrotto, che lo porta a frequentare alcuni dei più importanti clown della scena internazionale, come Leo Bassi, David Shiner e altri.

Oggi Arnaldo integra show offline e online, grazie alla stand-up comedy basata ampiamente sul linguaggio del corpo. Oltre alle numerose tournée internazionali, si è posizionato come content creator sui principali social media quali Instagram, YouTube e TikTok raggiungendo numeri di primo livello in poco tempo (+ 12 Milioni di fan).

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Che cos’è lo storytelling e come si costruisce una strategia narrativa

Negli ultimi anni stiamo assistendo a una sempre maggiore insistenza della comunicazione nelle nostre vite: una profusione di informazioni e contenuti che, almeno fino al 27 febbraio 2020, avevamo imparato a definire, iscrivendoli in format e media narrativi. Come scrive Andrea Fontana (sociologo della comunicazione e dei media narrativi e Premio Curcio alla cultura 2015), oggi le storie sono dappertutto, dalle video-novel di YouTube alle Instagram Stories, dalle narrazioni di marca al brand journalism, dagli spazi urbani alle piattaforme espanse.

A cui io aggiungerei, molto più banalmente: le foto, i testi, gli hashtag, i blog, i podcast, le playlist Spotify, i tormentoni TikTok e le board Pinterest: tutto quello insomma che va a comporre un immaginario di marca e non solo. Persino me stessa, le mie scelte di consumo, la mia proposta di un cinema agli amici, i gruppi virtuali, il mio lavoro con i teatri si sostanzia grazie alla mia narrazione che prova a convincere e a motivare oltre che a rappresentare la mia realtà.

E se è vero che l’essere umano è fatto di narrazione, se è vero che raccontarsi rappresenta uno degli slanci emotivi più naturali e che l’evoluzione umana passa anche attraverso la trasmissione di un sapere, mi affido allora alle parole sapienti di Alessandro Baricco: “Era un modo di stare al mondo, era il mondo della civiltà greca: anche i fatti più grandi che tu potevi fare accadere nel mondo non erano nulla se tu non riuscivi a cucirli dentro il tessuto di una narrazione che era più grande di te. Orfano di una storia potevi essere un combattente pazzesco, ma eri orfano della realtà. Si costruivano la realtà che abitavano, e la realtà era fatta di ciò che potevano fare e della narrazione dove appoggiavano quello che potevano fare. Questo ci hanno insegnato i padri dei nostri padri.” La realtà, dunque, passa attraverso il racconto della stessa: la costruiamo e in qualche modo ne veniamo influenzati, assoggettati, persuasi.

Con la pandemia siamo addirittura andati oltre: è oramai chiaro a tutti quanto la schizofrenia comunicativa, che sta caratterizzando la diffusione delle informazioni dallo scorso giugno 2020 e si sostanzia con la costante “rottura” delle promesse, stia generando un fortissimo disagio sociale, che potrebbe essere ridotto ripristinando comunicazione politica coerente, in grado di mantenere le promesse e renderci tutti più consapevoli.

Che in fin dei conti, è un po’ questo il senso del nostro bellissimo e prezioso lavoro di storyteller: costruire delle storie non solo emozionanti, ma anche credibili…e la credibilità passa attraverso il mantenimento di una promessa, che è una vision, una brand value proposition, un package efficace, un riposizionamento… insomma qualsiasi asset che conduca le persone a fare una determinata scelta di consumo. Perché attenzione: comunicare un prodotto/servizio (affinché venga scelto tra centinaia) implica la creazione di un consenso, che a sua volta (citando Paolo Iabichino) generi “fiducia, il sentimento che muove gli acquisti”.

Chiaramente il consenso (e quindi poi la fiducia e la scelta finale) è frutto di un lavoro costante, non solo di comunicazione, ma che proprio nella comunicazione trova il volano per aumentare il capitale di partenza del prodotto/servizio.

Come si costruisce quindi una strategia narrativa oggi?

1) Fondamentale è avere ben chiaro l’obiettivo della nostra azione di comunicazione, che può essere estremamente variegato e andare dal raccontare un riposizionamento all’aumentare le vendite, dal fare brand awareness al conoscere meglio il target, dal gestire un crise management al lanciare un nuovo prodotto, e così via. Ciascuno di questi obiettivi si porta dietro di sé una serie di azioni di comunicazione diverse, ma che concorrono tutte alla costruzione di una connessione di valore tra un brand e il target di riferimento, dove il contenuto deve “iniettare porzioni di senso dentro una narrazione di marca. E debba farlo consapevolmente. Sapendo che il senso di un brand si costruisce lentamente, a piccole dosi di coerenza e impegno. messaggio di marca.” (Paolo Iabichino).

2) Contenuto che, come si diceva, assume un impegno con il target (una promessa, appunto) e che non andrebbe mai disilluso. Tanto importante quanto l’obiettivo è dunque la coerenza/credibilità, nel contenuto del messaggio, nella scelta dei canali attraverso cui comunicare, nel rispetto di chi fa parte dell’organizzazione che stiamo andando a comunicare e ovviamente del mercato di riferimento.

3) Fondamentale per non perdersi è la creazione di un piano editoriale, che metta al centro un concept di comunicazione e tenga assieme obiettivo, target, messaggio e canali.

4) Saper scrivere, rispettando le 5 W del giornalismo.

5) Saper leggere gli insight.

Facile no?

Darca Stefanini

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CLUBHOUSE: CHE COS’È E COME FUNZIONA

Tutti ne parlano, molti lo conoscono ma solo pochi ne fanno parte. Stiamo parlando di Clubhouse, il nuovo social media basato solo su interazioni vocali; nell’app infatti non esistono foto, nemmeno link e post testuali, ma solo note vocali.

Clubhouse nasce nel febbraio 2020 grazie alla mente di Paul Davison e Rohan Seth, ex ingegneri Google e fondatori della startup americana Alpha Exploration e Co. L’app a fine 2020 è stata valutata 100 milioni di dollari e oggi possiede oltre 2 milioni di utenti attivi. Ma non stiamo parlando di utenti comuni: su Clubhouse infatti si possono trovare celebrities, startupper e opinion leader internazionali.

Gli elementi che l’hanno portata al successo sono stati l’esclusività e la dimensione ristretta. Infatti è possibile accedere all’app solo per gli utenti che utilizzano il sistema iOS (Apple) e ricevono un invito tramite il numero di telefono. Chi possiede iOS ma non l’invito può comunque scaricare l’app e mettersi in lista di attesa. Quanto invece agli utenti Android bisognerà attendere ancora qualche mese per testarla. Clubhouse, infatti, è ancora in fase beta test, ma ha già raggiunto numeri eccezionali considerando la fase di sviluppo in cui si trova.

Come funziona l’app?
Clubhouse è molto semplice e intuitivo. Ogni utente, una volta iscritto, può completare il proprio profilo aggiungendo una foto, una breve biografia e i link ai propri canali social. Subito il sistema propone all’utente tanti macro argomenti da scegliere come topic preferiti: musica, sport, business, wellness e così via. Perché inserirli? Clubhouse propone in automatico argomenti simili agli interessi aggiunti.

Nell’app ci sono tante room, stanze, ogni room contiene uno o più moderatori, cioè speakers, che intrattengono “gli spettatori” parlando. Nell’intero ecosistema si trovano inoltre room generiche come “4 chiacchiere in compagnia” oppure room tematiche “Consigli di digital marketing”, “Commentiamo le consultazioni politiche”, ecc ecc. Ogni utente può entrare nella room e ascoltare ciò che dicono gli speakers o in alternativa può – in gergo – alzare la mano e intervenire su autorizzazione dei moderatori. Così si può “salire sul palco” virtuale della stanza, parlando e interagendo con gli altri speaker. Se l’utente vuole lasciare la stanza, può farlo con un clic, senza disturbo. Non è possibile scaricare gli audio delle stanze, ragion per cui è necessario ascoltare in diretta gli interventi per coglierne il valore.

Su Clubhouse è possibile calendarizzare le room e quindi programmare l’evento e far sapere ai propri follower quando ci saranno gli interventi. I moderatori possono invitare i propri follower ad entrare nella room. Nell’app esistono 3 tipi di stanze:

-le stanze open, aperte a tutti;

-le stanze social, aperte solo alle persone che si seguono, 

-le stanze chiuse, aperte solo alle persone che si selezionano. 

Di ogni stanza l’utente vede il titolo, il numero di persone totali che ne fanno parte, il numero e il nome dei moderatori. Se in una stanza si notano nomi di vip o influencer ecco che, naturalmente,  queste si riempiono di utenti. Noi di Profili siamo addirittura capitati in una stanza con Elon Musk, il famoso imprenditore e innovatore statunitense (con più di 5 mila persone connesse). 

A sinistra, con la lente di ingrandimento si possono esplorare nuovi argomenti e trovare nuove persone da seguire. In alto compaiono il simbolo dell’email (avverte l’utente quando ha degli inviti disponibili per i propri contatti), il calendario delle room programmate e delle room in corso, la campanella con le notifiche (avvisa ogni volta che un utente diventa follower) e la propria foto che rimanda al profilo. A destra invece è possibile vedere gli utenti che seguiamo, se sono attivi e in quale stanza, oppure se sono offline. 

Clubhouse quindi appare un po’ come una radio privata, ma più interattiva e senza pubblicità (per il momento). In un clic ci si può trovare a conversare direttamente con opinion leader del proprio settore, un vantaggio da non sottovalutare rispetto a tutti gli altri social media. Ha però anche dei lati negativi, come l’enorme quantità di tempo che l’app richiede per essere fruita. Ogni room infatti dura mediamente un paio d’ore ma può essere molto più lunga se un moderatore nomina un altro moderatore che la tiene in vita, e così via.

Cubhouse sarà solo un fuoco di paglia o il prossimo social media in ascesa? Questo lo scopriremo solo nel tempo.

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L’influencer marketing oggi: una strategia complessa

Oggi si parla sempre di più di influencer marketing, ma non è certo una novità. Già nel 2014 l’Harvard Business Review ne raccontava il funzionamento, che oggi sostanzialmente è uguale ad allora. Quello che cambia è sicuramente la possibilità di analizzare i risultati con più accuratezza e precisione. Ma cos’è l’influencer marketing? È quella forma di marketing basata sull’influenza che alcuni soggetti esercitano sul potere d’acquisto di altri. Anche qui non c’è una grossa novità: negli anni ’90 erano i testimonial, oggi sono persone qualunque che hanno acquisito nel tempo notorietà sul web. Quello che è cambiato, quindi, sono i canali di distribuzione: ieri erano tv e giornali, oggi sono i social media.

Quindi se una volta il consumatore poteva essere target di una pubblicità solo attraverso i canali non digitali, oggi sono questi a fare da padrone. L’esperienza del consumatore il relazione al prodotto è cambiata e quindi anche la pubblicità: oggi è il consumatore al centro delle dinamiche di marketing e di conseguenza cambia il modo di fare promozione. Grazie ai social media quello che oggi tutti ci mostrano, o che credono di mostrare, è la vita reale, l’autenticità ed è questa la chiave (del successo) dell’influecer marketing, la genuinità. Tutto questo è enormemente amplificato dalla dinamica dei social media che diventano il luogo in cui scambiarsi le opinioni, il luogo in cui fidarsi del parere di qualcun’altro, anche se questo qualcun’altro non lo conosciamo. Grazie a questa dinamica l’influencer marketing ha preso piede ed è diventato un tassello importante nella strategia di molti brand.

È troppo facile però valutare un influencer, e la sua capacità di attirare nuovi clienti, solo ed esclusivamente dal numero di follower. Non basta creare una campagna e utilizzare un personaggio molto seguito per avere successo. La fan base oggi è molto più attenta di qualche tempo fa: sa riconoscere benissimo nel messaggio sia l’autenticità che la neutralità, fattori fondamentali per la reputazione dell’influencer. Uno studio di Bazaarvoice di qualche tempo fa dichiara che il 47% degli utenti è stanco dei contenuti che appaiono non autentici e il 62% ritiene che le sponsorizzazioni di influencer poco credibili possono influenzare solo un pubblico facilmente impressionabile.

Quali sono quindi i fattori che determinano la reputation di un influencer? In primis l’abilità comunicativa, ovvero la capacità di convincere gli utenti, poi la competenza, ossia la conoscenza, più o meno approfondita, della nicchia di mercato, l’autenticità, la passione percepita per il prodotto o servizio, e infine la neutralità, la linea editoriale libera da interessi economici. C’è da fare una piccola precisazione però: non sempre gli influencer più efficaci sono quelli che operano in contesti affini al mercato e all’ambito merceologico di interesse. Si possono trovare influencer anche al di fuori dei canali tradizionali dove è già collocato un numero di utenti che può cercare informazioni e aggiornamenti sul brand; è molto più opportuno avere una visione trasversale in grado di intercettare audience ugualmente ricettive ma che seguono influencer lontani dall’ambito merceologico e dal mercato nel quale si opera. Questo, ancora una volta, dimostra che l’autenticità è fondamentale per una buona campagna di influencer marketing.

Dato per assodato che un messaggio, una storia, un racconto, costruito sulla finzione non porta a un aumento degli acquisti, il mondo degli influencer è in continua evoluzione mostrando molte più sfaccettature di quanto a prima vista possa sembrare. Visto che il successo o l’insuccesso della strategia di influencer marketing dipende dal soggetto che comunica, da che cosa e da come lo fa, le tendenze dell’influencer marketing sono quelle di coinvolgere figure diverse dalle celebrity, magari meno esposte sui media digitali, ma editorialmente più autentiche e commercialmente più efficaci. Facciamo qualche esempio:
Micro-influencer: figure che radunano attorno a sé un numero più limitato di follower. Godono di una reputation più solida ed autentica che non si sgretola con l’arrivo del nuovo brand, sono molto credibili nel settore di riferimento
Influencer residenziali: figure assunte in pianta stabile dall’azienda, motivo per cui il matrimonio col brand viene percepito come un atto d’amore, più che di interesse (es. la giornalista Ilaria Mazzarotta, appassionata di cucina, che è stata consulente interno di Buitoni per la comunicazione digitale, la creazione di nuove ricette e lo storytelling)
Gli ambassador: professionisti del settore di riferimento che promuovono attivamente i prodotti o servizi di un’azienda. Essi hanno una credibilità molto alta nella nicchia di mercato, ma rischiano di perdere credibilità a seconda del loro rapporto con l’azienda stessa.
Influser (influencer+user): figure di utilizzatori spesso ossessivi del prodotto, in grado di influenzare naturalmente, inconsapevolmente e senza secondi fini, i gruppi sociali in cui sono inseriti. (es. gli utilizzatori dei prodotti Apple).
I superconsumer (brand advocate): gruppo di clienti (5-10%) affezionatissimo al brand. Condividendo il proprio sentire con amici e parenti collegati al proprio network, esso ha un’enorme influenza sulle vendite (30%-70%). Il gruppo dei superconsumer è attentissimo alla qualità del prodotto ed interagisce sui social del brand elogiandone le caratteristiche o segnalando difetti. Essi condividono e sposano i valori del brand.

Quindi, dato per assodato che da sola una campagna di infuencer marketing non raggiunge grandi risultati se non inserita in un percorso di storytelling articolato, proviamo a dare qualche consiglio per una strategia di influencer marketing efficace:
Essere chiari sugli obiettivi: target preciso, budget definito, indicatori misurabili
Identificare il giusto influencer e il giusto canale: ogni infuencer ha caratteristiche diverse e può essere adatto a una piattaforma ma non a un’altra, quindi bisogna studiare bene il futuro influencer perché sia in linea con i valori, ma anche il più adatto al prodotto/servizio
Il costo dell’influencer: deve essere sempre valutato in termini di ritorno dell’investimento
Lasciare che l’influencer sia creativo: il personaggio conosce i propri follower e la sua popolarità è data dal loro apprezzamento, quindi è importante lasciare loro lo spazio creativo perché sanno come comunicare con i loro fan
I post non sono fatti per vendere: il contenuto deve essere autentico e deve promuovere i valori del brand, ma deve anche essere chiaro che è frutto di una partnership sponsorizzata, altrimenti gli utenti si sentono presi in giro.

Una cosa però da tenere presente, sempre, sono le implicazioni etiche relative a questa pratica del marketing a cui bisognerebbe fare molta attenzione: i valori del brand vanno sempre rispettati, da parte dell’influencer e nella campagna, perché ci vuole poco a perdere la credibilità!

L’influencer marketing deve, a conclusione, essere inserito in una strategia di marketing più generale, che aiuti la brand awareness a crescere con credibilità, perché anche nel mondo del digital quello che conta è il passaparola, solo che oggi è molto più veloce!

Emanuele Meschini

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Aggiornamento del libro “Comunicare la cultura, oggi”

Andrea Maulini insieme a tutto il team di Profili sta revisionando il suo libro “Comunicare la cultura, oggi” edito da Editrice Bibliografica. Per scoprire gli aggiornamenti in corso, restate connessi!

A presto

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QUALI SONO LE PIU’ BELLE PUBBLICITÀ DI NATALE DEL 2020?

Come stanno comunicando i grandi brand in questo periodo natalizio? Con l’emergenza Coronavirus tutte le aziende hanno dovuto fare i conti con i cambiamenti di acquisto dei consumatori e con il bisogno di una comunicazione (un po’…) più autentica e sincera. Quindi, per quest’anno la sfida per i pubblicitari e i creativi è stata più ardua del solito: come comunicare i valori di famiglia, solidarietà, unione e tradizione, tipici del Natale, in un periodo di pandemia?

Ironici, empatici, nostalgici: ecco, per noi, alcuni tra gli spot natalizi più interessanti e coinvolgenti di quest’anno.

Amazon: The show must go on

In cima al podio per emozione ed empatia troviamo il colosso dell’e-commerce, Amazon. Al centro della narrazione abbiamo una giovane allieva di una scuola di danza in procinto di esibirsi in uno spettacolo pubblico. L’entusiasmo e la felicità vengono però frenati dalle restrizioni da Coronavirus:  bisogna restare a casa. La giovane però non si perde d’animo e continua ad allenarsi con le videochiamate: uno scenario comune a tutti gli studenti, che hanno visto cambiare repentinamente le proprie abitudini di studio. Sembra tutto pronto ma quando la ragazza riceve la lettera della scuola in cui comunica che lo show è annullato, i familiari le preparano una sorpresa. Avvisano i vicini che lo spettacolo si terrà in cortile mentre c’è chi ordina da Amazon un faro luci. Ed ecco che…the show must go on. Indossato il tutù e gli accessori con le piume la danzatrice si esibisce illuminata da un faretto Amazon, sulle note dei Queen. Tutti la applaudono dai balconi, proprio come nel primo lockdown abbiamo applaudito gli artisti che si sono esibiti cantando e suonando dalle terrazze. Lo spot di Amazon ci sembra un perfetto esempio di storytelling aziendale ai tempi del Coronavirus, molto ben riuscito.

McDonald’s UK: Inner Child 

Molto attuale ed efficace è lo spot natalizio 2020 di McDonald’s UK. In una storia animata davvero bella, una madre invita il figlio a prepararsi al Natale addobbando insieme l’albero o giocando con la neve, ma lui non partecipa, cercando di nascondere il proprio “bambino interiore”, che vorrebbe invece divertirsi e festeggiare. Ma un salto al McDonald’s sembra cambiare le cose: così il ragazzo, finalmente, si convince insieme alla madre, tanto che alla fine dello spot lascia del latte e delle carote (trovate nel pacchetto di McDonald’s) davanti al camino per le renne di Babbo Natale.

Carrefour: Natale 2020

Nello spot 2020 di Carrefour Italia si mostrano chiaramente, più che in altri spot, gli effetti dell’emergenza sanitaria: i lavoratori, ad esempio, appaiono con le mascherine, impegnati a fare la spesa per chi l’ha ordinata. Lo spot segue il racconto di una lettera di una bambina per Babbo Natale: “Caro Babbo Natale, quest’anno è stato strano strano…” dice il voice-over. Alla fine la bambina mette fuori dalla porta di casa la lettera con i biscotti e il latte, e mentre un commesso di Carrefour prende in mano la lettera appare Babbo Natale, che si stupisce perché il commesso è arrivato prima di lui. Payoff finale: “Noi non siamo Babbo Natale, ma quest’anno faremo del nostro meglio per portare un buon Natale a tutte le famiglie”.

Tesco: No Naughty List

E’ di Tesco, la catena di negozi alimentari britannica, lo spot più vivace e pop di quest’anno. Sulle note di Britney Spears “Oops!…I did it again”, si alternano diversi personaggi che confessano i propri “peccati” fatti durante il lockdown: “E se fossi sulla lista dei cattivi?” è il ritornello dello spot. “Relax. Dopo un anno così Tesco ti dice che non esiste una lista dei cattivi!”. Secondo Tesco tutti sono (siamo) perdonati per l’anno difficile passato, quindi è permesso mettere qualunque desiderio nel carrello della spesa. Il montaggio serrato, l’ironia delle battute e la canzone in sottofondo rendono questo spot tragicomico e brillante.

Coca Cola: Christmas Commercial 2020

Forse un po’ eccessivo lo spot natalizio 2020 di Coca Cola, quest’anno diretto da Taika Watiti, il regista di Jojo Rabbit e Thor: Ragnarok. Mentre il padre esce di casa per andare al lavoro, la figlia gli chiede di spedire una lettera per Babbo Natale. Ma, durante una pausa, mentre beve Coca Cola, il padre si accorge di aver dimenticato la lettera nella borsa e così decide addirittura di partire per il Polo Nord, per recapitarla direttamente a Santa Claus. Dopo mille avventure, trova la residenza di Babbo Natale chiusa ma per fortuna riesce a tornare a casa grazie all’iconico camion brandizzato Coca Cola, guidato da una persona che si svelerà alla fine, e a passare le feste con la figlia. 

Abbiamo raccolto questi spot per calarci nella magica atmosfera natalizia, anche perchè quest’anno abbiamo tutti davvero bisogno di empatia, emozione positiva e calore. E, proprio per questo, tutto il team di Profili, più che mai, vi augura di trascorrere un sereno Natale e uno splendido 2021!

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Come raggiungere 10 milioni di follower su TikTok – intervista ad Arnaldo Mangini

Ciao Arnaldo, innanzitutto ci racconti chi sei e di cosa ti occupi?

Sono Arnaldo Mangini, abito a Marina di Carrara ma ho vissuto in Olanda 6 anni, da 25 anni sono comico professionista e lavoro in oltre 40 paesi al mondo, in diversi contesti, dalle feste agli eventi aziendali, passando per i teatri, gli ospedali e le carceri. Mi occupo di clownerie, un linguaggio internazionale che tutti possono capire, in particolare di visual comedy: interagisco con le persone, emozionandole e facendole giocare. Un linguaggio che in TikTok ha trovato un perfetto equivalente digitale…

Come è nata l’idea di comunicare sui social?

Ho sempre usato i social marginalmente, come la maggior parte dei comici. Durante il primo lockdown, verso aprile, ho visto che c’era un sosia di Mr. Bean che aveva avuto grande successo sul TikTok cinese. Mi sono detto: ok, voglio provare anch’io a farlo, visto che uno dei miei personaggi è proprio il sosia di Mister Bean. Due anni fa avevo aperto un profilo su TikTok e avevo caricato due video tratti dai miei spettacoli, ma con scarsi risultati. Ad aprile però ho iniziato un percorso, ho caricato due video diversi, che hanno avuto subito molto successo, e da lì è partito tutto. Perché ho parlato il linguaggio giusto per TikTok. 

TikTok consente infatti di interagire con gli altri utenti in modo straordinario, molto più degli altri social, attraverso i duetti, per esempio. Io registro i video e gli utenti poi interagiscono con me, portando la mia idea ad estreme conseguenze, in modi inaspettati. È una grande forza, perché mi permette di diventare virale, in tutto il mondo. 

Su TikTok infatti hai appena superato i 10 milioni di follower. Raccontaci come hai fatto a raggiungere tutto questo successo!

La chiave è mettersi in gioco, sempre. E’ quello che manca a molti tra i grandi nomi su altri social, che su TikTok fanno numeri bassi perché non parlano il giusto linguaggio. Per avere successo bisogna capire il linguaggio del social che si usa, e per TikTok bisogna generare interazione e divertimento. La chiave del mio successo è stata proprio l’interazione, abbinata alla mia somiglianza con Mr.Bean, un personaggio conosciuto a livello internazionale. 

Che strategia segui su TikTok?

Per me le cose importanti su TikTok sono 3: il tempo, il trend e il contenuto. Mi spiego: su questo social bisogna riuscire a stare nei tempi (per esempio seguire i ritmi della musica), seguire i trend sia nei video che nella musica e proporre un contenuto originale. Io partivo già preparato, cioè con il mio bagaglio clownesco; l’attenzione ai trend e al tempo sono venute poi con l’esperienza. Su TikTok ci sono tantissimi giovani, e io cerco di coinvolgerli e farli ridere usando l’arte e la clownerie. Ma nei primi video ho fatto molti sbagli. 

Che cos’è successo?

Il mio pubblico è costituito, come molto del pubblico di TikTok, in gran parte da persone dell’Oriente. Quindi occorre stare molto attenti alla morale, non posso far vedere sigarette, alcool o nudità. Una volta, per scherzare, ho fatto vedere in un video un perizoma come un fazzoletto che spuntava dal taschino, e questo mi ha addirittura portato ad essere bannato temporaneamente. Ma allo stesso tempo grazie alle dirette sono arrivato a un milione di follower nel corso di poche settimane, una ulteriore conferma dell’importanza dell’interazione, su questo social. È comunque fondamentale variare i video, seguire i trend, i balletti, il lip sync (cioè il playback sulle canzoni) e così via, per coinvolgere il pubblico più ampio possibile. 

TikTok ha anche un fondo per i creator, giusto?

Sì, il fondo business creator l’ho ottenuto e si guadagna qualcosa tutti i giorni; per accedere ci vogliono 10mila follower e si riceve un compenso di circa 4 centesimi ogni mille visualizzazioni. Non sono le cifre di YouTube, non si arriva a uno stipendio, ma è un piccolo sostegno per i creator. 

Quanto tempo dedichi alla produzione dei contenuti?

Sta diventando un lavoro vero e proprio anche se per me continua ad essere soprattutto un divertimento. Tutti i giorni, giro sempre con un piccolo quaderno, su cui annotare le idee che mi vengono in mente. La mattina registro i video, mentre la sera mi dedico più ad altre mie attività, come la pittura o la scrittura. Bisogna comunque sempre essere pronti. Ad esempio, l’altro giorno il gatto mi è venuto in braccio facendo le fusa: allora subito lo abbiamo registrato usando un effetto particolare di TikTok. Il risultato è stato un video che ha superato 3 milioni di visualizzazioni, e per realizzarlo ci abbiamo messo solo un minuto. Spesso preparo video che metto nelle bozze, così c’è sempre del materiale pronto da pubblicare.

Usi degli strumenti particolari per girare i video?

Niente di speciale, ho solo comprato la ring light, una luce ad anello per avere più luminosità nei video. La regola fondamentale è usare sempre la luce naturale, la migliore in assoluto, ma se devo fare qualcosa di più strutturato, come una micromagia da girare in interno, allora uso la ring light. 

Che cosa consigli a chi vuole portare il proprio progetto su TikTok?

L’importante è portare il proprio contenuto legandosi innanzitutto ai trend, che sono numerosi e continuamente aggiornati. Se arrivi su TikTok con poche idee, senza nessuna musica, senza movimento, avrai poca importanza e, conseguentemente, poca audience. Se mostri i tuoi lati più scherzosi, la gente si affeziona e ti segue con interesse. Insomma, la chiave è mettersi in gioco sempre. Bisogna proporre qualcosa di divertente, qualcosa che spiazza, un paradosso, o più stimoli insieme creando un cortocircuito, così la gente non capisce cosa sta accadendo. E’ molto diverso dalla televisione: andare in TV è un po’ come salire sul podio, su TikTok ci si mette in gioco senza vergogna. 

Cosa succederà secondo te in futuro con questo social?

Non si sa ancora, TikTok è un social in forte ascesa, nel mondo e anche in Italia. A livello commerciale ancora non è minimamente paragonabile alla forza e all’autorevolezza di Instagram o di YouTube, però si sta evolvendo in fretta. Le premesse sono ottime, vedremo cosa succederà. 

Se TikTok dovesse chiudere dove pensi di poter far migrare la tua community?

Il mio consiglio è di non stare mai su un social solo, bisogna essere presenti almeno su 2 social diversi, perché i social non sono di nostra proprietà, per cui le cose possono cambiare anche molto velocemente. L’importante è coltivare la propria arte e coinvolgere la propria community con diversi linguaggi, su diversi canali.

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#profilitalk: il successo del format one-to-one

di Rossella De Toma

Una serie di incontri animano già da un mese i pomeriggi sui canali social di Profili. Il format #profilitalk ha conquistato i nostri fan attraverso la varietà e attualità di argomenti, legati al sistema culturale durante e dopo l’arresto forzato causato dall’emergenza sanitaria.

Perché #profilitalk?

Perché in un momento come questo, dispersivo in termini di modalità e contenuti bisognava individuare una linea strategica che raggruppasse e desse voce alle tante realtà della cultura. In una fase in cui siamo stati costretti a rallentare, a cambiare le nostre abitudini, a riscoprire noi stessi e il valore della calma, ecco che si sono fatte avanti a farci compagnia tante nuove proposte e servizi accomunati da un’unica caratteristica: digitale.
Un momento statico che abbiamo voluto analizzare nel dettaglio mirando a comprendere e prevedere, per quanto possibile, i cambiamenti che porta con sé, partendo soprattutto dal pubblico e dalla fruizione della cultura, dai cartelloni alle manifestazioni, e nella messa in pratica di tutto ciò a cui eravamo abituati.

Ma cosa è #profilitalk?

Contributi genuini e sinceri, ragionamenti attenti e scambi di pareri con professionisti del settore culturale in tutte le sue accezioni hanno contribuito a creare quella che è diventata una vera e propria rubrica, fatta di un calendario di appuntamenti condotti da Andrea Maulini e dallo staff Profili. Realtà culturali grandi e piccole hanno ragionato sulla ripartenza da un punto di vista del tutto innovativo: muovendo dall’arte al teatro, dal mondo dei festival alla musica sono nate numerose delineazioni che potrebbero definire come nuove basi di marketing e comunicazione, una nuova strategia da mettere in campo nell’era post-covid 19.

A dare il via agli appuntamenti è stata l’intervista con Antonio Taormina, docente al Dams di Bologna e membro del Consiglio Superiore dello Spettacolo, con cui è stato interessante condividere la prima fase dell’emergenza in termini di prospettive e possibili cambiamenti definitivi nel settore. Si sono poi susseguiti numerosi esperti tra cui Giovanni Soresi, che ha definito il ruolo del digitale e gli asset attorno a cui ricostruire il marketing e la comunicazione dello spettacolo, Aldo Sisillo, Direttore e Direttore Artistico del Teatro Comunale di Modena che ha presentato nel le tante sfaccettature dello streaming, Mario Lavezzi, presidente del Consiglio di Sorveglianza SIAE che ha raccontato come tutelare gli autori e musicisti nel periodo dell’emergenza e ancora Simone Pacini è intervenuto sui cambiamenti del ruolo del critico di teatro mentre Andrea Paolucci, Direttore del Teatro dell’Argine e Sebastian Schwarz, Sovrintendente Teatro Regio di Torino, hanno condiviso nuovi punti di partenza per la programmazione delle prossime stagioni.

Non sono mancati punti di vista di realtà più piccole, i cui professionisti e operatori di settore si sono interrogati sull’effettiva esplosione dell’online e la conseguente nascita di numerosi format e esperienze digitali. Veronica Bassani, Vicepresidente Associazione Fatti d’Arte e Angela Molari, co-curatrice della mostra Sorelle di Corpo hanno trasformato un festival in una esperienza 100% digitale. Ancora, Valentina Picariello, Co-direttrice di Zona K e Presidente di Casa degli Artisti, ha presentato le sfide di spazi artistici e di teatro contemporaneo mentre Demetrio Chiappa, presidente di Doc Servizi, ha contribuito ad allargare gli orizzonti verso l’intera rete di operatori di settore e la necessità di un riconoscimento di uno status giuridico specifico.

What’s next?

Nelle prossime puntate #profilitalk si evolverà attraverso nuovi appuntamenti per andare oltre. Non basta più ragionare sulle strategie di ripartenza nei campi sterminati della cultura, è arrivato il momento di esplorare le effettive modalità di organizzazione e di fruizione di quello che sarà il nuovo mondo dello spettacolo e dell’arte. Le prossime testimonianze, azioni e previsioni verso un futuro in rinascita coinvolgeranno:
• Federico Toso, direttore di Fnas – Federazione Nazionale Arte in Strada (26 maggio)
• Giovanni Tarpani, Responsabile Marketing Istituzionale Regione Umbria (28 maggio)
• Alessandra Carbonaro, deputato del Parlamento e membro della Commissione Cultura (4 giugno)

Per concludere, ripassiamo un attimo alcuni dei punti chiave emersi dai numerosi appuntamenti, che possono costituire i pilastri della ripartenza per quanto riguarda il settore culturale.
Fare rete
Se per qualcuno non era prioritario, dovrebbe diventarlo. Ragionare in un’ottica di sistema e condividere esperienze diviene essenziale non soltanto per la sopravvivenza ma per costruire una solidità strutturale che consenta di fare fronte a un settore per sua natura soggetto a contingenze e emergenze, ancora di più in questo periodo.
Essere (tanto tanto) creativi
Se di base occorre condivisione di strategie, non deve mancare la personalizzazione dell’offerta culturale. Scelte artistiche originali, in termini di tematiche e modalità di fruizione, spesso associate al digitale attualmente decisamente in crescita, possono rivelarsi importanti e necessarie per uscire dal coro e ripartire con successo.
Ri-conoscere il pubblico
Protagonista fondamentale della ripartenza, occorre conoscerlo e comprenderne le nuove esigenze e richieste per creare contenuti in linea con il ruolo che questo pubblico 2.0 andrà a giocare nella creazione di contenuti culturali.
Comunicazione
Essenziale per sostenere e accompagnare ogni passo che le realtà decideranno di mettere in pratica, sarà supportata sempre di più da strumenti e servizi digitali e tecnologici che miglioreranno l’accessibilità e contribuiranno alla crescita esponenziale dell’interesse e del coinvolgimento.

E allora seguiteci!

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Arriva Essere Digitali: il pacchetto di consulenze personalizzate firmato Profili

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#profilitalk: partiamo dalla cultura

Da martedì 28 aprile, sui canali Facebook e YouTube di Profili sarà programmata una serie di interviste in diretta su Facebook e YouTube con docenti universitari, esperti, comunicatori e operatori del mondo della cultura per fare il punto sullo stato del settore e su quanto la comunicazione sarà importante, nei prossimi mesi, per sostenere la ripresa.

Andrea Maulini, Amministratore Delegato di Profili e Docente di Promozione e Informazione Teatrale presso il DAMS di Bologna, insieme al team di Profili condurrà tre appuntamenti alla settimana di 45 minuti, martedì e giovedì alle 16,30 e sabato alle 11,30. L’obiettivo di #profilitalk è capire come affrontare gli importanti cambiamenti in corso per segnare le direzioni in cui il settore culturale si muoverà dopo la crisi del Coronavirus. Maggiori info qui